1943-07: 26 – Le vicende di Fusignano

26.07.1943 - Le vicende di Fusignano

Bandiera rossa sulla torre civica, incendio simboli fascisti, comizio antifascisti.

Già nel 1940, a 16 anni, con la mia adesione al PCI e a seguito degli insegnamenti politici dello zio Federico, l’avversione al fascismo e alle ingiustizie della società in cui vivevamo avevano maturato in me l’esigenza di fare qualcosa e di manifestare apertamente il mio dissenso. Ne parlai con i miei amici e assieme costituimmo un gruppo, definendoci dei “rivoluzionari” e stabilimmo il da farsi. L’intervento del gruppo si concretizzava il sabato notte, coprendo di scritte antifasciste le strade principali del paese e strisciando con gli zoccoli ferrati sul selciato di fronte alle case dove abitavano i fascisti e i ricchi possidenti.

La notizia della caduta di Mussolini il 25 luglio ’43 l’appresi attraverso la radio e immediatamente con i miei compagni ci portammo al centro di Fusignano e lì trovammo gruppi di cittadini che commentavano l’avvenimento esprimendo, assieme alla gioia anche preoccupazioni e incertezza per il futuro. I pubblici ritrovi, caffè ed osterie, si animarono con la presenza di cittadini che brindavano alla libertà riconquistata e lanciavano slogan di condanna al fascismo e ai tedeschi, mentre i più anziani li incitavano cantando in coro l’inno dei lavoratori. Sulla torre civica nel cuore della notte qualche ardimentoso aveva issato la bandiera rossa. Alla mattina del 26 si diffuse la voce che nella notte i fascisti si erano dileguati. Il segretario del fascio, direttore della Cassa di Risparmio, Carlo Bolognesi, noto squadrista era in fuga verso Roma, altri si erano diretti verso paesi del ferrarese, i meno compromessi si erano dispersi nelle zone di campagna. Per terra, disseminati un po’ ovunque, erano stati abbandonati i distintivi che per un ventennio avevano rappresentato il segno della tracotanza fascista. Nel pomeriggio, verso le 3, alcuni giovani manifestanti invasero la Casa del fascio completamente abbandonata e con una mazza frantumarono il balcone sul quale era scolpito il simbolo fascista. La stessa sorte subirono gli arredi, i libri, i gagliardetti simbolo del caduto regime, che attraverso le finestre, volavano giù sulla pubblica piazza ove furono incendiati fra il tripudio della gente festante. Altri manifestanti, uomini e donne, dalla piazza si recarono a Maiano al fine d’impossessarsi di un automezzo, necessario a compiere le requisizioni delle divise e dei simboli fascisti, sia nel centro di Fusignano che nelle campagne. Compiuta la raccolta, il materiale recuperato andò ad alimentare il falò ancora acceso che ardeva nella piazza. Nella stessa giornata del 26 gli esponenti più noti dell’antifascismo si erano mobilitati per organizzare una grande manifestazione di popolo per la mattina seguente.

Alle ore 10 del 27 luglio la piazza era piena all’inverosimile di gente festante ed entusiasta che chiedeva a viva voce la condanna dei misfatti del decaduto regime e l’avvio di una politica di pace nel nostro Paese. I rappresentanti antifascisti parlarono alla folla acclamante e nell’ordine presero la parola Raul Taroni a nome del Partito Comunista, Pino Grossi, anziano repubblicano, e un noto antifascista di nome Aldo Ballardini. I tre oratori concentrarono i loro interventi sulla necessità dello scioglimento del Partito Fascista, la liberazione degli antifascisti carcerati, la fine della guerra, l’instaurazione delle libertà democratiche. La manifestazione si concluse tranquillamente, nonostante i comunicati del nuovo Governo Badoglio imponessero alle forze dell’ordine di impedire anche con l’uso delle armi ogni manifestazione di popolo. Non vi fu quindi nessun intervento dei carabinieri e i manifestanti ordinatamente si recarono sul luogo dove, nel gennaio 1923, era avvenuto l’assassinio del sindaco socialista Battista Emaldi ad opera dei fascisti, deponendovi dei fiori.

Nei giorni seguenti il 27 luglio i rappresentanti dei partiti antifascisti si attivarono per costituire un comitato di salute pubblica con il concorso delle autorità cittadine e religiose, avente il compito di presiedere all’ordine pubblico, gestire la pubblica amministrazione e affrontare i gravi disagi causati dalla guerra. La riunione del comitato approdò ad un nulla di fatto per le divergenti soluzioni proposte dalle forze presenti, nonostante le concrete e valide proposte avanzate dall’arciprete Rambelli. Nonostante il fallimento del tentativo operato, i partiti antifascisti non rinunciarono alla costituzione di un comitato cittadino “per la restaurazione della democrazia e la fine della guerra”. A tale soluzione diedero la loro adesione i rappresentanti dei partiti: PCI – PSI – DC – PRI – PLI. Tale comitato, avrebbe in seguito ricevuto l’adesione anche delle forze sindacali e delle organizzazioni giovanili e femminili.

(testimonianza di Carlo Mazzotti, rilasciata all’Autore)                         

 

Da: Giannetto Gaudenzi, Le calde giornate di fine luglio 1943 nei rimanenti Comuni della provincia, Centro Stampa Comune di Lugo, maggio 2009