3.03_Madonna del Fuoco di Faenza

Madonna del Fuoco di Faenza

È un dipinto probabilmente risalente al XV-XVI secolo, di stile bizantineggiante.

 

[1] Il 2 agosto 1567, in una casetta dell’oggi vicolo Ubaldini, nei pressi del monastero domenicano di Santa Cecilia, un incendio generato da una candela si espanse nella casa vicina. Nella stanza dimorava una vedova, la quale conservava un’immagine della Madonna con Bambino dipinta su legno appesa alla parete. L’incendio divampò tutta la notte, prima di essere spento l’indomani. Non fece vittime, ma tutto andò completamente distrutto: tutto tranne l’immagine sacra. La targa divenne immediatamente oggetto di devozione e le si attribuirono guarigioni miracolose, venne eretto un altare sul posto e la devozione della Madonna del Fuoco venne ufficializzata. Nel 1570 si costruì una chiesa per ospitare i molti fedeli che giungevano in pellegrinaggio alla chiesa oggi scomparsa. Dal 1609 la festa liturgica della Madonna del Fuoco di Faenza si celebra il 2 agosto. L’immagine è stata spostata dal monastero di Santa Cecilia a quello di Santa Caterina a seguito della soppressione Napoleonica del primo nel 1798; quindi collocata nella sua odierna casa, la chiesa di San Domenico, nel 1811.

Iconograficamente l’immagine originaria raffigura la Vergine con una stella sulla spalla sinistra, il Bambino alla propria destra con in mano un globo sormontato da croce. È un dipinto probabilmente risalente al XV-XVI secolo, di stile bizantineggiante, forse quindi di provenienza ravennate.

È interessante sottolineare come l’essenza miracolosa della Madonna del Fuoco venisse confermata dalla Chiesa con particolare celerità rispetto alle tendenze del periodo storico, in cui si assiste ad una maggior regolamentazione da parte del governo ecclesiastico in tema di nuove santità e devozioni. Sul fatto forse pesano anche le circostanze storiche: a Faenza era attivo un vivace movimento riformatore e antiecclesiastico (e come tale contrario alla sacralizzazione delle immagini), abbastanza compatto da sfuggire almeno parzialmente al giogo dell’inquisizione. Il miracolo venne quindi sfruttato per un definitivo regolamento di conti con i riformatori faentini: da un lato da parte delle autorità ecclesiastiche cattoliche cittadine, dall’altro da parte delle masse per isolare, subordinandolo al clero, quello che era il gruppo dirigente cittadino. [2]

 

[1] Sulla Madonna del fuoco di Faenza: A.Dolcini, I sacri fuochi di Forlì e Faenza, Faenza, 1997; I sacri fuochi di Forlì e Faenza: arte per la fede: immagini sacre antiche e moderne, Forlì, 1998

[2] S.Boesch Gajano e L.Sebastiani (a cura di), Madonne di città e Madonne di campagna. Per un’inchiesta sulle dinamiche del sacro nell’Italia post-tridentina, in Culto dei santi. Istituzioni e classi sociali in età preindustriale, L’Aquila, Japadre, 1984, pp 615-647

 

Ilaria Danesi